Biblio Polis - Vol. 49 (2013) Nr. 3   
ARHIVA  
STUDII ŞI CERCETĂRI / ИССЛЕДОВАНИЯ / STUDIES AND RESEARCH
Giuseppe VITIELLO
Circuiti commerciali e non commerciali del sapere (2)

Abstract

The article – the second of a three-article series devoted to scholarly communication chains – explores some of the integrations between the commercial and non-commercial sectors. It examines how, and why, Google Books “ventures” together with OCLC and the paradox of including open access resources in commercial publishing websites. “Freeconomics” turns upside down traditional economics but also explains why digital goods, costly though they are, may be distributed at no cost for consumers. By giving away their services and products, Google and commercial publishers acquire a long-lasting competitive advantage over their competitors, as their markets are no longer based on resource scarcity. If this is good news for customers, it is not for libraries. They start losing the rationale for being acknowledged as the only non-commercial scholarly communication chain. This trend also shows the power of library cooperative agencies, whose developments work along a business model that is no longer dependent on libraries as institutions.

Keywords: digital resources, library, knowledge distribution, scientific communication, open access, editors, JSTOR, OCLC, Google Books.

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1. Preambolo

Nella prima parte di questo lavoro (“Biblioteche oggi”, n. 2, marzo 2012, p. 7-22) abbiamo presentato le dina­miche dell’innovazione nell’ambito della formazione e dell’evoluzione del mercato del libro e, pi in particolare, della comunicazione editoriale scientifica. Abbiamo visto che nel circuito commerciale del sapere l’innovazione si af­ferma in virt del vantaggio competitivo acquisito da una o pi imprese, siano esse editoriali, librarie, o dell’econo­mia digitale. Il vantaggio che le mette in grado di primeg­giare sui loro concorrenti deriva dalla mutazione di un processo o, in misura minore, di un prodotto editoriale.

Abbiamo inoltre esaminato le condizioni del cambia­mento nel circuito non commerciale di distribuzione dei saperi, rappresentato principalmente dalle bibliote­che. Su questo versante abbiamo individuato due feno­menologie tipiche: il cambiamento derivato dalle poli­tiche istituzionali e la costituzione di forme di autogo­verno di tipo cooperativo.

In questa parte del lavoro prenderemo in esame le occa­sioni di integrazione tra i due circuiti e, pi in particola­re, le iniziative di collaborazione tra i grandi gruppi edi­toriali e le majors dell’economia digitale, da un lato, e le reti bibliotecarie dall’altro. La cooperazione intercircuito deve essere considerata in modo positivo; dopo tut­to, si tratta di incrementare e/o migliorare l’accesso alle risorse culturali ed educative per utenti e consumatori. Occorre tuttavia essere coscienti che gli sviluppi a lun­go termine potrebbero non essere del tutto favorevoli per le biblioteche, le quali rischiano non solo di svolgere un ruolo marginale nel processo, ma di vedere addirit­tura messa a rischio la propria esistenza.

Come va giudicata, infatti, la crescita del mercato del­l’accesso alle risorse digitali? Occorre considerarla come uno sviluppo ulteriore di quella che è stata definita la nuova economia “dell’abbondanza”, che si affermereb­be in ogni caso, indipendentemente dall’esistenza di un circuito non commerciale dei saperi? Oppure va va­lutata come una svolta istituzionale che ridefinisce in modo radicale i confini tra i due circuiti e che, pur non essendo positiva per le biblioteche, salvaguarda le esi­genze derivate dalla “pubblicità” del sapere?

La nostra analisi si svilupperà lungo due percorsi suc­cessivi: dapprima mostreremo le differenze di visione e la diversità di approccio che esistono tra un’economia impostata sulla “scarsità” delle risorse nella comunica­zione editoriale scientifica e un’economia che è invece fondata sull’abbondanza delle stesse risorse. In seguito entreremo nel merito di alcune importanti iniziative di “contaminazione” tra settore commerciale e non com­merciale di distribuzione dei saperi: JSTOR, la collabo­razione in atto tra OCLC e Google Books e la fusione delle risorse a pagamento e ad accesso libero che avvie­ne nell’ambito dei portali di alcuni grandi gruppi edito­riali scientifici. Svolgeremo in seguito alcune considera­zioni riguardanti l’interesse proprio degli attori privati ad entrare nel mercato “pubblico” dei saperi e la posi­zione delle biblioteche in tali specifici scenari.

2. Alle radici dell’economia libraria: il principio di scarsità

Il concetto di biblioteca contemporanea - della biblio­teca, cioè, che vive la quotidianità delle periferie urbane, dei ridotti universitari, o delle piazze grandi e piccole delle regioni della cultura - nasce verso la fine dell’Ot­tocento nell’Inghilterra vittoriana e in seno alle grandi università americane e prussiane. I valori legati al nuo­vo concetto segnano un punto di rottura definitivo sia con l’economia libraria degli anni precedenti la rivolu­zione industriale, sia con l’immagine erudita e antiqua­ria degli istituti bibliotecari tra Cinque e Settecento.1

Nel corso del XIX secolo gli stati in seguito definiti na­zional-liberali costruiscono un mercato del libro di na­tura particolare rispetto ai mercati che regolano gli altri beni. Si tratta di un’economia fondata su un sistema di assegnazione di diritti, di ripartizione delle risorse e di distribuzione del bene-sapere di tipo triangolare. Il pri­mo vertice del triangolo è costituito dal diritto d’autore, che assegna una serie di utilizzi esclusivi ai suoi titolari: agli autori in linea teorica, ma soprattutto agli editori, cui l’autore cede in genere la titolarità dei diritti econo­mici sull’opera. Il diritto d’autore serve a remunerare en­trambe le componenti del costo di produzione di un’ope­ra: quello dell’autore per il costo inerente alla sua attività creativa, e quello dell’editore per il costo di fabbricazio­ne e diffusione delle copie. L’intero apparato è giustifica­to economicamente dal suo valore incentivante: la tutela della proprietà intellettuale favorisce infatti la formazio­ne di ancora maggiore proprietà intellettuale.2

Il primo effetto economico della legislazione sul dirit­to d’autore consiste in uno slittamento del concetto di valore dell’opera, con la trasformazione in bene scarso di quello che è un bene riproducibile in modo pratica­mente illimitato. vero infatti che il genio o il talento sono rari in natura, ma non lo è l’opera che ne costitui­sce l’espressione perché, a differenza dei beni normali che si esauriscono con il consumo, il suo utilizzo non esclude altri individui dal godere dei benefici derivati dagli ulteriori usi della stessa opera.3 Il carattere di ra­rità del talento viene quindi esteso per artificio, e para­dossalmente, al supporto che ne costituisce l’espressio­ne. appunto tale slittamento che favorisce il formarsi del secondo dei vertici del triangolo: un circuito com­merciale di carattere industriale che tratta il bene libra­rio come un mezzo scarso, alla stessa stregua del talen­to artistico che lo ha generato.

All’inizio dell’Ottocento i libri, le riviste e il materiale a stampa erano in effetti una merce piuttosto rara il cui costo di riproducibilità giustificava l’elevato prezzo di vendita.4 Tra le classi dirigenti, dapprima anglosassoni e poi di altri stati europei, matura perci la convinzione che, parallelamente al circuito commerciale, dovesse svi­lupparsi una rete di biblioteche pubbliche e universita­rie, nelle quali il libro e le riviste scientifiche erano offerti non a pagamento, ma dati in libero accesso senza parti­colari obblighi o oneri particolari. interessante nota­re che il terzo vertice del triangolo dell’economia libra­ria si costruisce sulla distribuzione dei saperi, e non sul­la sua produzione, in piena discontinuità con la politica dei sovrani assoluti dell’Illuminismo. Luogo di raccolta, di consultazione e di produzione di testi manoscritti nel mondo antico e medievale, studiolo del Signore o sede di circoli eruditi nei secoli successivi, la biblioteca si apre nell’Ottocento ai ceti popolari.5 Occorre ascrivere allo stato borghese-liberale il merito di averla trasformata in un centro di irradiamento del sapere e di trasmissione della cultura dominante presso le classi meno abbienti.

Questa struttura triangolare di assegnazione di diritti, di ripartizione delle risorse e di distribuzione della cono­scenza marca profondamente la natura del mercato del libro e della circolazione dei saperi. Normalmente in un mercato dove regna la libera concorrenza, il prezzo segna il punto di equilibrio tra la domanda e l’offerta. Non ac­cade cos per il mercato del libro, dove, come sostengono gli economisti della cultura, ogni volume ha un caratte­re prototipale e costituisce una linea di prodotto unica avente un basso, se non addirittura nullo, tasso di sosti-tuibilità.6 In altri termini, l’offerta editoriale è poco sensi­bile al prezzo, perché un romanzo o un saggio scientifico è difficilmente sostituibile con un altro romanzo o sag­gio, ancorché di argomento o indirizzo vicino.

Se non sta ad indicare la concorrenza perfetta tra beni di natura simile, il prezzo è per fattore di equilibrio nelle pratiche di utilizzo del materiale librario, nell’alternativa cioè concessa a un lettore di soddisfare i suoi bisogni cul­turali e educativi orientandosi verso il circuito commer­ciale o verso quello non commerciale. Nel momento in cui un consumatore svolge tra sé e sé la seguente rifles­sione: “ interessante questo libro, ma caro; vado a leg­gerlo in biblioteca”, si sviluppa una logica della domanda e dell’offerta fondata sul costo-opportunità, dove la mi­gliore alternativa tralasciata è ovviamente quella dell’ac­quisto del libro. Tra i due circuiti vi è dunque una solida­rietà di fondo e una perfetta complementarità.

Il doppio circuito sviluppatosi all’interno di quella che potremmo definire l’economia della scarsità si unifica in­vece nel quadro di un’economia digitale fondata sull’ab­bondanza dei beni. In questo caso il consumatore compie le sue scelte all’interno di un unico ambiente, che costitu­isce anche la sua unica fonte di opzioni. La sua riflessio­ne “razionale” pu essere riassunta in questi termini: “In­teressante questo testo; me lo scarico da internet”, oppu­re: “Interessante questo testo, me lo scarico dall’agenzia che lo vende al prezzo migliore”.7 In ambienti di questo tipo le risorse, utilizzate a livello planetario, sono offerte in quantità abbondante e spesso a titolo del tutto gratui­to, come dimostrano ad esempio i servizi di Google.

3. Dall’economia della scarsità all’economia dell’abbondanza

Lo studioso che ha divulgato presso il grande pubbli­co l’idea che i mercati possano essere fondati non sul­la scarsità dei beni, ma sulla loro abbondanza, è Chris Anderson, acclamato autore de La coda lunga e di un vo­lume – Gratis, in italiano8 – giudicato dall’influente rivi­sta americana “Foreign Policy” tra le cento pubblicazio­ni pi importanti apparse nel 2009.9 L’interesse di “Fo­reign Policy” verso questo volumetto di gradevole lettura è perfettamente giustificato. Anderson descrive la nasci­ta e il prosperare della nuova economia della rete, da Wi-kipedia ai file musicali, dove le risorse sono in libero ac­cesso e offerte al pubblico a titolo gratuito, e non perché piratate o scaricate in modo fraudolento. Per colmo di paradosso, questa economia, a prezzo zero ma non a co­sto zero, offre ricavi notevoli per i produttori e il suo giro d’affari ha una dimensione finanziaria pari al prodotto nazionale lordo di uno stato di media grandezza.

La ragione principale di un’offerta cos anomala di beni, che sembra sfuggire alle classiche leggi della domanda e dell’offerta, è presto detta e riguarda il costo dell’infra­struttura per la trasmissione delle idee. In questo mer­cato i costi dei beni capitali - potenza dei computer, immagazzinamento dei dati e capacità di trasmissione – sono calati verticalmente in un arco temporale assai breve. Non si parla qui dei costi non recuperabili (sunk costs) della prima copia, che rimangono considerevoli, ma del costo marginale di riproduzione, che su internet è praticamente nullo: “costosa da produrre, la riprodu­zione dell’informazione ha un prezzo minimo”, affer­mano Shapiro e Varian.10 Secondo la stringente argo­mentazione di Anderson, i motori di ricerca sfruttano il segmento pi redditizio della distribuzione dei con­tenuti sul web; potendo tendenzialmente raggiungere una notevole massa di clienti, riescono a imporre i loro costi. Ora, se il costo di un cliente aggiuntivo è zero, il prezzo marginale di un prodotto elettronico è anch’es­so zero. Da qui nasce la possibilità di rendere disponibi­le il prodotto o il servizio a titolo gratuito.

Il ragionamento di Anderson non fa una piega, anche se rimane il dubbio di chi ripaghi i costi di produzione, quando il prezzo dei beni su internet è zero. Secondo il direttore di “Wired”, l’economia soggiacente all’offerta gratuita di beni sul web è basata su un vorticoso giro di partita, dove gli oneri sono scaricati da prodotto a pro­dotto, da persona a persona, da servizio di base a servi­zio personalizzato, dal dono di oggi al prezzo di doma­ni. Nell’economia dell’abbondanza, il valore nominale del prodotto della conoscenza rimane elevato, ma il suo valore economico è scalabile, con servizi di base offerti a titolo gratuito e servizi pi sofisticati, per i quali è in­vece richiesto un pagamento. I modelli economici sono in linea di massima ricompresi nel freemium (free pre­mium), di cui, alla fine del volume, Anderson individua una cinquantina di tipologie: regala il prodotto e ven­di il servizio (o viceversa), paghi uno e prendi due (tre, quattro...), regala il contenuto e ven­di la pubblicità, regala il prodotto di base e vendi il servizio pi sofistica­to. E cos via.

Nell’economia dell’abbondanza il valore di un bene non è quindi le­gato alla sua scarsità in funzione di una domanda, ma al numero di per­sone che vi accedono, alla quanti­tà di volte in cui ci avvie­ne e al lasso di tempo in cui essi permangono nel sito. L’utente addiziona­le di una piattaforma creata per favorire la condivisione di conoscenze tra ricercatori arricchisce potenzialmente l’importanza della stessa piattaforma, perché aumenta le possibilità di consultazione del bene conoscitivo offerto e l’eventualità di uno scambio informativo tra utenti. Come vedremo, tali esternalità positive ne incrementano il valo­re su altri mercati, come ad esempio quello pubblicitario. Nell’economia della scarsità, fare editoria significa de­cidere quali libri produrre, come, per chi e in che quantità. Ma sul web, dove il contenuto è sovrabbondante, dob­biamo ancora preoccuparci dell’uso efficiente di risorse scarse? E, per estensione, ha ancora senso di parlare di circuito alternativo delle biblioteche?

4. Strategie competitive nell’economia dell’abbondanza

Nell’economia dell’abbondanza non esiste complemen­tarità tra circuito commerciale e non commerciale, ma rivalità tra piattaforme di carattere educativo e cultura­le, dove hanno peso la qualità e la quantità dei contenu­ti, le modalità di controllo delle risorse possedute e le condizioni di accesso.

Tale assunto pu essere dimostrato dall’esame delle piattaforme oggi disponibili sul mercato della distri­buzione dei saperi. Cominciamo da quelle commerciali dei gruppi editoriali STM, come Pearson, Reed-Elsevier, Thomson-Reuters. Tali gruppi sono stabilmente collo­cati nelle prime posizioni del mercato editoriale globale con fatturati annui che possono anche superare, com’è il caso dei primi due, i cinque miliardi di euro.11 noto che la loro ascesa è maturata tra gli anni Ottanta e No­vanta del secolo scorso, grazie all’acquisizione massiccia di marchi operanti su fasce disciplinari contigue. In ap­pena un ventennio ne è uscita alterata l’intera struttu­ra della comunicazione editoriale scientifica che, da ato­mizzata e detenuta in buona parte dalle learned societies, è diventata commerciale e a tendenza oligopolistica.12 Un impulso fondamentale alla concentrazione è stato an­che dato dall’integrazione verticale delle attività di pro­duzione e di distribuzione di contenuti nelle piattafor­me digitali, che permette di porre in essere una strategia competitiva volta ad alzare il livello di soglia per i nuo­vi entranti e ad escludere la possibilità di beni sostituti­vi attraverso la barriera dell’Impact Factor.13 Il risultato è stato devastante per le biblioteche, come mostra l’in­cremento di spesa relativo all’acquisizione di periodici scientifici, cresciuto nelle biblioteche di ricerca dell’Ame­rica del Nord del 260 per cento tra il 1986 e il 2003.14

L’incremento dei prezzi non in linea con i tassi d’infla­zione pu dare l’impressione che i grandi gruppi edito­riali mirino, in un’economia della comunicazione scien­tifica improntata al principio della scarsità, a creare ancora maggiore scarsità. In questo caso, per, la mas­simizzazione dei profitti è stata ottenuta attraverso una mutazione del modello economico delle case editrici de­rivata dalla distribuzione esponenziale dei beni attraver­so la cessione di licenze d’accesso a un sito.15 Alla radice del sistema vi è il concetto proprio dell’economia dell’ab­bondanza che i contenuti siano valorizzati all’interno dei singoli portali e remunerati con metodi non restrittivi, non inasprendo cioè le limitazioni di accesso alle copie.

Passiamo ora ad esaminare le piattaforme costruite dai grandi attori del mercato del digitale. In questo caso i modelli economici perseguiti sono sostanzialmente diversi. Lo dimostra l’esempio di Google, campione di questa strategia (e certamente uno dei protagonisti, se non il protagonista, dell’economia dell’abbondanza). noto infatti che Google mette gratuitamente a dispo­sizione del consumatore servizi come Google Books o Google Maps, e applicazioni, come il sistema operativo Android utilizzato da cellulari e tablets.

Da dove provengono allora gli introiti del motore di ri­cerca, che attira il 60 per cento dei navigatori su inter­net? Com’è noto, Google non mette in vendita i prodot­ti e i servizi che distribuisce, ma i comportamenti del­le persone che utilizzano quei prodotti e quei servizi. questo “catalogo” che è venduto sul mercato pubblici­tario al migliore offerente. Gli algoritmi di Google pos­sono infatti associare informazioni di natura personale ai prodotti. In AdWords gli annunci pubblicitari online sono creati dagli stessi inserzionisti e la retribuzione per il servizio è richiesta solo se, navigando su internet, la pagina pubblicizzata viene consultata. Questa tecnica cos sofisticata di asta pubblicitaria in self-service vale­va nel 2008 già 21 miliardi di dollari.16

Ora, di fronte alle ricche piattaforme degli editori e dei motori di ricerca, che cosa possono gli umili OPAC del­le biblioteche, dove sono offerti solo link bibliografici ed accessi a contenuti digitali molto limitati e comun­que sottoposti alle autorizzazioni degli editori?

Si ricorderà che agli inizi degli anni Settanta e Ottanta del secolo passato le biblioteche erano tra le poche enti­tà in grado di trattare l’informazione online. Mettendo in comune le proprie risorse e creando cataloghi online di natura regionale o settoriale, esse privilegiarono quasi esclusivamente la circolazione dei documenti attraverso il prestito. In questo periodo si costituirono anche alcuni soggetti terzi, con personalità giuridica e Figura i missioni autonome che, seppur diretta emanazione delle istituzioni biblioteca­rie, si muovevano in modo autonomo ri­spetto ad esse, perseguendo proprie fina­lità istituzionali.

Questi soggetti terzi sono le agenzie di co­operazione bibliotecaria. Anch’esse han­no conosciuto nel corso degli anni, in parallelo al settore editoriale, processi di concentrazione orizzontale. Verso la fine degli anni Ottanta, infatti, operava­no in America del Nord quattro reti bibliotecarie;17 negli anni successivi queste furono assorbite in OCLC e river­sarono i loro dati nella base WorldCat. Il movimento di concentrazione travalicava peraltro i confini nazionali e interessava non poche agenzie bibliografiche nazionali. Le mutazioni in atto nei circuiti commerciali e non commerciali suggeriscono alcune considerazioni, la prima delle quali riguarda la natura degli attori in gio­co. Nell’economia della scarsità biblioteche e editoria funzionavano in modo parallelo; in quella dell’abbon­danza, invece, la rivoluzione del web e l’abbondanza di contenuti favoriscono le “contaminazioni” tra circuiti. Come abbiamo già detto, la complementarità si trasfor­ma in rivalità di piattaforme. Gli attori che prendono il sopravvento sono i motori di ricerca e i grandi grup­pi della comunicazione globale (da Google a Amazon), mentre sul versante non commerciale si affermano le agenzie bibliotecarie, raggruppamenti aventi obiettivi specifici che sono, è vero, controllati dalle biblioteche nelle modalità previste dagli statuti, ma perseguono in­teressi “aziendali” secondo un proprio modello econo­mico. La sintesi ora formulata pu essere descritta con lo schema riprodotto in figura 1.

5. Circuiti commerciali e non commerciali di distribuzione dei saperi: prime contaminazioni

Caliamoci ora nell’esame degli oggetti e delle forme del­la “contaminazione” in atto tra i due circuiti di circola­zione dei saperi, passando in rassegna alcuni esempi. Il primo di essi è JSTOR, un progetto che si realizza in un quadro “classico” di risorse scarse e riguarda la digita­lizzazione di un gran numero di fascicoli retrospettivi di periodici, i cui editori hanno ceduto i diritti di commercializzazione a un’agenzia bibliotecaria – JSTOR, appunto – che li aggrega in una base di dati. Gli altri due esempi sono la collaborazione in atto tra OLCL e Google e, infine, l’offerta di risorse in open access nei portali degli editori commerciali.

5.1. Complementarità di sistema nell’economia della scarsità: l’esempio di JSTOR

Nella bella e documentata storia di JSTOR scritta da Schonfeld, due importanti momenti di transizione ac­quistano un’importanza cruciale per lo sviluppo del pro­getto.18 Il primo riguarda la definizione delle missioni. Inizialmente, infatti, William Bowen, noto economista all’epoca presidente della Mellon Foundation, pensa­va unicamente di avviare operazioni mirate di digitaliz­zazione di fascicoli di periodici, allo scopo di realizzare economie di scala nella gestione degli ingolfati magazzi­ni librari di alcune importanti biblioteche universitarie americane. Il progetto nasce quindi con finalità di archi­viazione digitale Fu solo nel 1995, allorché l’ESA (Eco­logical Society of America) propose di riversare nella piattaforma in via di costituzione i periodici pubblicati dall’associazione, che JSTOR cominci a porsi il proble­ma di scannerizzare i fascicoli correnti delle riviste. Tale sviluppo non era del tutto scontato e dest le preoccu­pazioni anche degli editori non commerciali, come la Chicago University Press, convinti che la gestione dei pe­riodici correnti avrebbe interrotto introiti stabili e con­sistenti, utili alle istituzioni da cui le case editrici dipen­devano. Questa graduale mutazione è documentata dal­la successione delle bozze di contratto tra JSTOR e i suoi partner istituzionali. La prima di esse (bozza A) garanti­va l’accesso perpetuo alle riviste digitalizzate. La seconda (bozza B) fissava una soglia al numero di istituzioni ac­quirenti delle pubblicazioni scannerizzate, al fine di non cannibalizzare gli introiti degli editori. La terza (bozza C) proponeva agli editori la gesti one dei file retrospettivi.19 In realtà, le missioni erano incrociate tra loro: solo un accordo permanente con gli editori, infatti, permette di garantire la continuità della fornitura di file retrospetti­vi, impedendo cos la conservazione di collezioni chiuse. Questo tipico dilemma trov soluzione nel “muro mo­bile”, un concetto innovativo che separa chiaramente le problematiche dell’accesso ai fascicoli correnti dei pe­riodici da quelle della loro archiviazione. La produzione corrente, limitata a un periodo di tempo di tre o cinque anni, rimane nelle prerogative dell’editore, che stabilisce le modalità e i costi dell’accesso al contenuto, mentre i fascicoli archiviati entrano a far parte della piattaforma JSTOR, che ne dispone in conformità agli accordi com­merciali stipulati con gli editori.

L’altro momento cruciale è rappresentato dall’asset­to societario di JSTOR, che vide Bowen e gli altri padri fondatori convinti assertori della necessità di mantene­re uno statuto non-profit all’agenzia, nonostante fos­sero presenti tutte le condizioni per farne un’impresa a scopo di lucro. In quanto economista, Bowen conside­rava che il “valore” della piattaforma fosse misurato dal­la propensione degli utenti a pagare per i servizi offer­ti, assicurando cos la sostenibilità del progetto, tanto pi che la clientela di JSTOR oltrepassava chiaramen­te i limiti della stretta cerchia di istituzioni fondatrici.20 Perché allora farne una impresa non-profit e non inve­ce una di carattere commerciale? Non esistevano forse aziende che microfilmavano le collezioni bibliotecarie?

All’epoca furono numerose le ipotesi prospettate, com­preso quella di fare rifluire il servizio in una delle agen­zie già esistenti, come ad esempio l’ARL (Association of Research Libraries), le cui finalità erano per politico-istituzionali piuttosto che tecniche. Fu anche presa in considerazione l’opzione OCLC, poi scartata perché la scala di attività dell’agenzia dell’Ohio era talmente va­sta che se ne poteva mettere in dubbio la vocazione non­profit: “le percezioni negative all’interno della comuni­tà bibliotecaria ponevano OCLC in condizioni di essere un ‘non-starter’”.21 L’indipendenza di JSTOR e la rinun­cia all’opzione for-profit sono il risultato di una deci­sione che individuava nell’archiviazione dei dati la mis­sione principale dell’agenzia. A spingere verso questa direzione pesarono anche le caratteristiche della clien­tela – le biblioteche –, cos come il bisogno di costruire nel tempo una credibilità istituzionale, senza avere bi­sogno di ritorni economici a breve scadenza.

5.2. Le intriganti alleanze di OCLC

Le attività intraprese da Google nel campo del libro e della comunicazione editoriale (da Google Books a Google Play a Google Scholar) rappresentano sicuramente uno dei tentativi pi ambiziosi, da Gutenberg in poi, di innovare la catena del libro nei suoi processi principali di produ­zione e distribuzione. Si tratta per il colosso di Mountain View non solo di essere il pi grande editore, la pi grande libreria e la pi grande biblioteca al mondo, ma anche di attirare ogni possibile categoria di lettori nel suo ambien­te perché vi trovino, al tempo stesso, la risorsa di cui han­no bisogno, le risorse contigue a quella ricercata e un con­testo di relazione di persone interessate alle stesse risorse. Come libraio, Google è attivo con Google Play, che offre le backlists degli editori a prezzi scontati con titoli disponibi­li sia nelle versioni cartacee, sia nelle versioni app per An­droid. Questo servizio pone Google in diretta concorrenza con le librerie elettroniche e, pi in particolare, con Ama­zon. Ma Google è anche editore grazie agli accordi stretti con On Demand Books, grazie al quale opere fuori diritto, come i classici della letteratura e del pensiero, sono scan-nerizzati e messi su richiesta a disposizione dei lettori.22 A Google possono quindi fare ricorso gli scrittori attivi sul mercato dell’autoedizione, gli autori cioè che si pubblica­no da soli – un mercato in costante sviluppo, almeno negli Stati Uniti, che vantava nel 2010 ben 476.093 titoli contro i 288.355 pubblicati dagli editori commerciali.23 Infine, in Google Scholar, altro servizio gratuito di Google, trovia­mo una preziosissima fonte di ricerca specializzata nel set­tore della comunicazione editoriale scientifica. Le tecniche bibliometriche utilizzate sono piuttosto rudimentali e si limitano a calcolare il numero delle citazioni di un’opera disponibili sul web fornendo il link al documento citan­te, sia esso in accesso libero o no. Tuttavia, Google Scho­lar è molto utile per ricostruire la tela d’interesse intorno a un’opera ed è stato utilizzato in Italia anche per esercizi di valutazione della ricerca universitaria.24

L’attività pi nota ai bibliotecari è senz’ altro Google Boo­ks, con cui la casa di Mountain View è diventata partner di un buon numero di biblioteche per operazioni di digi­talizzazione di opere scelte dagli stessi bibliotecari. Que­sta avventura, iniziata nel dicembre 2004 con la digita­lizzazione di sei milioni di volumi, si è sviluppata a ritmi di vittorie napoleoniche, con l’adesione di numerose bi­blioteche americane ed europee e, nel 2010, addirittura di uno stato, l’Italia, che ha firmato l’accordo con l’azien­da americana valido per le sue biblioteche storiche.25 Allo stadio attuale sono oltre venti milioni i volumi scanne-rizzati ad un costo relativamente contenuto: secondo il minuzioso calcolo di Jacquesson, si ritiene infatti che il costo della digitalizzazione di 10 milioni di opere sia sta­to di 0,74 euro a pagina. In totale, dunque, l’investimento globale è stato pari a 2,01 miliardi di dollari, i benefici di un solo semestre della compagnia americana.26

Il mondo bibliotecario conosce altrettanto bene OCLC, una success story costruita nel corso degli anni come emanazione del principio di associazione collettiva nel mondo delle biblioteche. Inizialmente OCLC era solo un servizio regionale di catalogazione (OCLC significa­va infatti Ohio College Library Center). WorldCat, il ca­talogo online di OCLC, offre oggi oltre 170 milioni di registrazioni fornite da 71.000 biblioteche in 112 paesi. La struttura di controllo di OCLC è piuttosto compli­cata: i suoi 26.000 membri, infatti, sono rappresentati in tre Consigli regionali – Americhe, Asia-Pacifico, Eu­ropa, Medio Oriente e Africa – e nel Consiglio globale (con 48 membri). Il consiglio di amministrazione (Bo­ard of Trustees) include 16 membri.27

Il 19 maggio 2008 appare sul sito di OCLC un comuni­cato stampa che annuncia l’accordo tra OCLC e Google Books.28 In virt di questo accordo le risorse bibliografi­che disponibili nel catalogo WorldCat sono collegate alle risorse documentali in full text esistenti sul sito di Google Books. OCLC offre insomma al motore di ricerca le regi­strazioni bibliografiche e riceve in cambio la possibilità di accedere alle opere scannerizzate da Google Books, dando l’impressione che abbia finalmente preso forma digitale il Mundaneum del sapere, immaginato da Paul Otlet e Hen­ri La Fontaine, dove erano ospitate appunto dodici milio­ni di opere in forma fisica. Le attività di Google Books e OCLC sono talmente complementari che appare giusti­ficata la soddisfazione dell’allora presidente di OCLC, Jay Jordan: “Siamo lieti di collaborare con Google nel perse­guimento della nostra missione di connettere il pubblico alla conoscenza attraverso la cooperazione bibliotecaria”.29

Google Books non è il solo partner con cui OCLC ha stretto accordi. In tempi recenti, l’agenzia ha comincia­to a collaborare con Ingram, azienda leader nel campo della distribuzione digitale dei contenuti e proprietaria di MyiLibrary, una piattaforma di fornitura di e-book cui affluiscono le risorse di diversi editori.30 WorldCat abilita all’utilizzo temporaneo della collezione di e-bo­ok e al loro prestito, limitato per al 15% del contenuto per nove giorni. Le risorse sono rese disponibili dietro pagamento del 15 per cento del prezzo unitario per un e-book offerto all’interno di MyiLibrary.31

interessante notare come il prestito di materiale li­brario, attività tipica del circuito non commerciale, stia diventando un settore di sviluppo dell’editoria online. Amazon ha di recente lanciato la Kindle Library Len­ding, valido per 11.000 biblioteche negli Stati Uniti con contenuti disponibili su Kindle, ma anche, previa con­versione, su supporti sostenuti da Android, iPad, iPod touch, iPhone, PC, Mac, BlackBerry, or Windows Phone.32 La trasformazione del prestito bibliotecario da attività totalmente slegata dal circuito commerciale a transazione redditizia per il mondo delle imprese è l’ul­tima frontiera dell’espansione del mercato digitale. Ci è reso possibile dall’adozione di tecnologie di Digital Rights Management, che rendono indisponibile il con­tenuto nel caso di un utilizzo irrispettoso delle norme contrattuali. Diventando funzionali alle soluzioni bun­dled di un prodotto o servizio, le attività “commercia­li” di prestito minacciano la stessa esistenza del circuito non commerciale delle biblioteche, perché aumentano i loro costi in funzione del numero di utilizzi.33

5.3. Open access: linea di sviluppo dei gruppi editoriali commerciali?

Nel mercato contemporaneo della comunicazione edi­toriale scientifica i grandi gruppi editoriali hanno im­posto prezzi elevati per l’abbonamento alle singole ri­viste e un numero di big deals poco negoziabili. Questo modello economico, secondo cui sono i consumatori finali - normalmente, le biblioteche - a sostenere il co­sto della comunicazione editoriale scientifica, risulta sovvertito nell’accesso aperto; qui è l’autore, infatti, o l’istituzione di cui egli fa parte, ad accollarsi le spese di pubblicazione, come costo marginale aggiunto alla dif­fusione dell’investimento globale in ricerca.34 Tale rove­sciamento di paradigma è tipico dell’economia dell’ab­bondanza, dov’è la reputazione degli autori a costituire il capitale intellettuale e sociale monetizzabile, per cos dire, all’interno del sistema di valutazione accademico.35 I dati sull’open access sono relativamente facili da reperire,36 anche se meno agevole è stimare il suo impatto sul mer­cato della comunicazione editoriale scientifico. Le rivi­ste peer-reviewed liberamente accessibili rappresentano il 20% di quelle disponibili nelle basi di dati Web of Scien­ce e Scopus, per un totale di circa 200.000 articoli.37 Que­sto dato è, al tempo stesso, positivo e negativo. positivo, perché mostra la rapida espansione dell’open access, il cui livello di crescita è ben superiore al tasso d’incremento an­nuale del numero di riviste tradizionali ad accesso chiuso. negativo perché mostra che, sebbene abbia conquistato nel giro di un decennio una sua stabile collocazione nel campo della comunicazione editoriale scientifica, l’acces­so libero non ha scalzato in realtà il costoso e farraginoso modello dell’accesso chiuso, cui si indirizza la comunità degli studiosi come modello di riferimento.

La ragione di tale resistenza è nel carattere prototipale dell’industria editoriale e, pi in particolare, nel livel­lo di insostituibilità di un articolo, misurato analitica­mente dal parametro dell’Impact Factor come indice del “consumo” che se ne fa in seno alla comunità scientifica. Tanto pi elevato è l’Impact Factor, tanto maggiore è il grado di indispensabilità dell’articolo, con conseguenze a catena sull’importanza della rivista che lo contiene, sul prestigio del ricercatore autore dell’articolo e sull’eccel­lenza del dipartimento che l’ha reclutato.

Molti ritengono che il capitale di reputazione dei gran­di gruppi editoriali scientifici vacillerà in modo defini­tivo una volta che le grandi università e le fondazioni finanziatrici della ricerca vincoleranno la diffusione in libero accesso all’elargizione di sovvenzioni. Secondo il Registry of Open Access Repositories, sono circa 200 le istituzioni (150 università e 50 enti di ricerca), che han­no già promosso una politica di comunicazione scienti­fica favorevole all’accesso aperto.38 Il quale è stato in ge­nere fortemente osteggiato da quegli editori le cui for­tune finanziarie si reggono sul modello chiuso. In un paper del 2004, il gruppo Elsevier sosteneva che l’open access poteva solo snaturare i valori fondamentali della comunicazione editoriale scientifica:

Introducendo il modello dell’autore pagante, l’accesso aperto rischia di sminuire la pubblica fiducia nell’integri­tà e nella qualità delle pubblicazioni scientifiche assisa su centinaia di anni di tradizione.39

Elsevier, secondo gruppo editoriale al mondo, ha avu­to nel 2011 un fatturato di circa sette miliardi di euro, con un indice di ritorno sul capitale investito pari all’11,2%.40 I prezzi esorbitanti e il suo sistema di bun­dling hanno talmente esasperato la comunità scientifi­ca, che un ricercatore, Timothy Gowers, ha invitato al boicottaggio internazionale contro Elsevier. Postato nel gennaio 2012, in pochi giorni l’appello è stato co-firma­to da oltre diecimila studiosi.41

Fa quindi un certo effetto vedere Youngsuk Chi, chai­rman del consiglio d’amministrazione del gruppo, di­chiarare nel marzo 2012 il suo impegno “a favore dell’ac­cesso universale e di modelli economici sostenibili”, affermando di stare lavorando “con successo in collabo­razione con gli organismi sovvenzionatori alla realizza­zione dell’open access”.42 Come prova di tale “conversio­ne”, Youngsuk Chi menziona con orgoglio dodici riviste Elsevier disponibili in open access.

La mossa di Elsevier non è isolata. Già nel 2008, Sprin­ger, tra i primi venti grandi editori su scala mondiale, aveva scelto di adottare l’open access come linea di svi­luppo dell’azienda, adottando un programma – Open Choice – che permette agli autori di pubblicare i propri articoli secondo il modello author-pay e di renderli acces­sibili gratuitamente. Springer ha fatto di pi: nel 2008 la casa editrice aveva acquistato BioMed Central, il maggio­re editore in open access, che offre circa 200 pubblicazio­ni scientifiche nel campo biomedico. Addirittura – si leg­ge nelle FAQ del sito Biomed Central – l’offerta BioMed.

E assolutamente complementare al resto delle attività di Springer. L’acquisizione [di BioMed Central] rafforza la posizione di Springer nelle scienze della vita e della bio­medicina e permetterà alla compagnia di offrire alle asso­ciazioni accademiche uno spettro pi importante di op­zioni editoriali.43

Che cosa motiva allora queste case editrici, la cui fortu­na si è costruita sul modello ad accesso chiuso, ad en­trare nell’area dell’open access? Si tratta forse di “sui­cidio finanziario”? senz’altro possibile che l’atteggia­mento improvvisamente pi benevolo nei confronti dell’open access sia una reazione alle campagne condot­te dai ricercatori e alle politiche istituzionali degli enti finanziatori della ricerca. Dopo tutto, una casa editrice che fonda il suo credito presso i ricercatori sulla repu­tazione, non pu permettersi di infangare il suo nome collegandosi a pratiche troppo commerciali.

A mio avviso, non sono state per solo le pressioni dei sostenitori dell’open access che hanno spinto Elsevier ad aprire una linea di prodotto ad accesso libero e Springer ad acquisire la pi prestigiosa casa editrice nel settore. Le ragioni di tali “contaminazioni” sono tutt’altro che “eti­che” e vanno ricercate nei nuovi modelli economici che tendono ad affermarsi nell’economia dell’abbondanza.

6. Le ragioni economiche della “contaminazione”

La comunicazione editoriale scientifica è, come abbia­mo visto, un settore marcatamente oligopolistico con un numero di attori ridotto, le cui possibilità di affer­mazione nei confronti dei concorrenti sono prevalente­mente legate alle innovazioni di processo. Per i produt­tori aprire una linea in open access pu permettere di portare avanti obiettivi strategici che si trasformano sul lungo periodo in importanti fattori di vantaggio com­petitivo. L’open access permette ad esempio di diffe­renziare i prodotti in relazione alle strategie perseguite, mantenendo temi e formati pi consolidati (e magari dotati di maggiore Impact Factor) tra le pubblicazioni a pagamento. Si tratta di una tecnica di marketing ben nota nel mondo dell’editoria, dove le novità editoriali sono sperimentate su marchi minori, per poi rilanciarle nelle collezioni faro, una volta verificato il successo del­la formula. Definito come “decentramento controlla­to”, questa strategia consente ai grandi gruppi di osta­colare l’ingresso di “nuovi entranti” costituendo una galassia di piccole società, la cui conduzione rimane au­tonoma e su piccola scala, ma vi è uno stretto controllo sulle prestazioni.44 Una strategia che pu essere tanto pi vincente se, come sostiene Springer, che evidente­mente ha ben studiato il problema, le riviste in open ac­cess sono sostenibili commercialmente quando la tariffa di pubblicazione di un articolo si aggira sui 3.000$.45 I vantaggi dei grandi editori commerciali possono es­sere anche di natura pi strategica. L’open access per­mette di rafforzare il loro potere contrattuale nei con­fronti dei fornitori, in pratica gli autori, assegnando a ciascuno di essi specifiche strategie. Un autore, ad esempio, ritenuto non pubblicabile in una rivista con Impact Factor elevato pu essere invitato a pubblicare lo stesso articolo in una rivista in open access. Un port­folio numeroso di autori aumenta le esternalità di rete, spingendo ancora pi utenti nell’ambiente e sulle piat­taforme del gruppo editoriale. Sono proprio le pubbli­cazioni in open access, inoltre, che consentono speri­mentazioni tecniche legate al prestito non come attivi­tà separata e anzi contrapposta alla vendita, ma come nuovo segmento di mercato funzionale ai freemium (free premium) offerti dall’azienda.46

Le forme di distribuzione sorte con la nuova economia dell’abbondanza non cambiano solo i modelli econo­mici, ma mirano ad innestare, come hanno giustamen­te sottolineato Dubini e Giglia, una nuova relazione tra autore, editore e pubblico.47 Gli accordi commerciali sti­pulati tra JSTOR e gli editori di riviste, anche nazionali, rendono questa piattaforma un canale di distribuzione internazionale quasi obbligato, cui è difficile sottrarsi.48 La piattaforma Google Books, quella di Springer con le risorse di BioMed, il servizio Scopus di Elsevier, che valu­ta bibliometricamente sia le riviste ad accesso chiuso, sia quelle ad accesso aperto, mirano tutte a rendere centrale ciascuna di queste piattaforme per le comunità di riferi­mento. per questa ragione che gli effetti della “contaminazione” tra circuito commerciale e non commerciale non devono essere valutati unicamente in funzione del vantaggio reciproco dei partner che entrano in relazione, ma anche per le ripercussioni sulla natura dei circuiti e sul reciproco riposizionamento di attori e attività.

Attraverso la sua piattaforma, un gruppo editoriale riesce a mobilitare vari segmenti di mercato, ciascuno con la sua identità di cliente, le sue pratiche e la sua capacità di spe­sa, e impone una relazione di rete costituita come valore aggiunto all’offerta di catalogo, elevando in questo modo il livello delle barriere d’ingresso. Se nel mercato tradizio­nale un editore doveva in genere anticipare soltanto i costi editoriali di produzione per differenziare il suo prodotto da quello dei concorrenti, ogni attore emergente nell’edi­toria digitale deve anche finanziare gli oneri di creazione e di mantenimento di una piattaforma. Sul lungo termine, insomma, cresce il valore economico dell’aggregato men­tre è destinato a diminuire il valore dell’elemento di base: i contenuti isolati e non aggregati, il bene-esperienza scisso dalla relazione con altri utenti ricercatori.

7. Impatto sul sistema bibliotecario

Cedendo contenuti o offrendo servizi ad accesso libero, “contaminandosi” con gli attori del circuito non com­merciale di distribuzione dei saperi, i grandi gruppi edi­toriali e della comunicazione globale mirano quindi a rafforzare il controllo sulle relazioni tra utenti connessi all’interno delle piattaforme proprietarie. Alleandosi con OCLC, Google Books migliora la qualità dei metadati delle risorse offerte agli utenti. Mettendo a disposizio­ne degli utenti risorse in libero accesso Elsevier, e soprat­tutto Springer, accrescono in proporzioni significative il numero di accessi ai loro portali. Entrambe le aziende mettono in atto pratiche tipiche dell’economia dell’in­formazione e quel principio, noto come legge di Metcalfe, secondo cui l’incremento del valore delle reti cresce in una proporzione pari al quadrato dei nuovi utenti collegati.49 Aumenta cos il valore, o almeno il valore “atteso”, della piattaforma, come dimostra il caso recente di Facebook, lanciata sul mercato finanziario con clamorose aspettative di crescita e quotata inizialmente ben 38 $ per azione (anche se poi, dopo neanche dieci giorni, il valore è diminuito di quasi un quarto del suo valore).50

Fin qui ci muoviamo in una pura logica d’impresa. Ma perché il marketing strategico di OCLC, Google Books, BioMed Central o Springer dovrebbe avere un impat­to negativo sul circuito non commerciale delle biblio­teche, al punto da metterne a rischio l’esistenza? Non si tratta in fondo di soluzioni definibili come win-win, re­canti reciproci vantaggi per i partner collegati e benefici effetti per i consumatori?

La risposta è nella natura del disegno strategico del­le imprese editoriali e tecnologiche, che entra in rotta di collisione esattamente con quelli che sono i punti di forza delle biblioteche. Si prenda ad esempio la ca­pillarità dei punti di accesso alle risorse, senz’altro un asset fondamentale delle reti bibliotecarie. Grazie alla sua conoscenza del territorio, al livello d’interazione con il pubblico, alla vicinanza dell’utente, la bibliote­ca è riconosciuta come un servizio di prossimità facile ed aperto, garantito inoltre dalla natura pubblica del bene. vero per che, segmentando prodotti e clien­tele grazie ai metadati, raccogliendo nel proprio seno utenze tendenzialmente divergenti, e ramificandosi sempre pi presso i loro pubblici, i portali dei gran­di gruppi si radicano l dove arrivano le biblioteche, e spesso vanno anche oltre.

Un secondo punto di forza delle biblioteche è il grado d’interazione tra personale bibliotecario e la sua uten­za. La biblioteca “risponde”, afferma Parise in una di­vertente (e divertita) guida alla biblioteca, perché sa esprimere mediazioni informative individuali non atro­fizzate dall’”intelligenza collettiva” presente su inter­net.51 E tale mediazione, essendo di tipo solidale e non concorrenziale, non ferma il servizio alle frontiere di un perimetro aziendale o dentro l’ambito delle attività di un marchio, ma coinvolge tendenzialmente ogni altro tipologia o settore bibliotecario.

Tuttavia, in un ambiente in cui sbiadiscono le frontiere tra gli attori commerciali e non commerciali, sfuma anche la contrapposizione tra intelligenza individuale e collettiva se la prima è messa al servizio della seconda e se i servizi pi propriamente bibliotecari, orientati sui metadati, sulle anagrafi della ricerca, sul reference o l’information literacy, confluiscono nei macroprodotti e nelle applicazioni forni­te dalle grandi imprese editoriali e tecnologiche.

A dire il vero, le ambiguità di ruolo insite nelle allean­ze strategiche con gli attori commerciali non sfuggono alle istituzioni bibliotecarie. I bibliotecari pi avverti­ti, che peraltro spesso siedono nei consigli d’ammini­strazione delle agenzie come OCLC o JSTOR, vedono con preoccupazione i progressi di Google sul mercato dell’informazione e finanziano progetti paralleli come Internet Archive (ramo “testo”), Hathi Trust, Gallica o Europeana. L’esistenza stessa di tali iniziative serve a contrastare in qualche modo le derive monopolistiche del gigante di Mountain View. Due personalità di spic­co nel mondo delle biblioteche, Jean-Noèl Jeanneney e Robert Darnton, hanno pi volte denunciato la con­centrazione di risorse in una sola grande compagnia privata e le conseguenze sociali dell’impossibilità di sce­gliere tra canali alternativi di accesso a tali risorse.52

Che cosa spinge allora le agenzie a cedere le loro risor­se proprio a chi è per definizione un rivale potenzia­le? Se è vero che, ad esempio, la base WorldCat è for­temente valorizzata dagli accordi con Google Books, Ingram, Overdrive, non ne escono indebolite le biblio­teche come sistema nella loro capacità di attirare letto­ri e sviluppare ed espandere il concetto di sapere come bene pubblico e risorsa comune?

A questa obiezione si pu rispondere che sarebbe co­munque facile per aziende del calibro di Google o Springer trovare altri interlocutori e avviare una produ­zione interna di, rispettivamente, metadati e di risorse in libero accesso, secondo la logica consueta del make or buy. A noi sembra per che si stia aprendo un diva­rio tra i sistemi bibliotecari da un lato, che rimangono i bastioni tradizionali dei circuiti non commerciali di di­stribuzione dei saperi, e le agenzie bibliotecarie dall’al­tro. Queste ultime, pur mantenendo le biblioteche fra i propri stakeholders, perseguono logiche istituzionali au­tonome e contribuiscono ad innovazioni di processo con effetti di lunga portata sull’intera catena della co­municazione editoriale scientifica.

La rivalità tra piattaforme, peraltro, finisce per coinvol­gere le stesse agenzie. Se, per ipotesi, si realizzassero le condizioni poste dalla Budapest Open Access Initiative e “la letteratura periodica peer-reviewed [fosse] distribu­ita universalmente per via elettronica, dando la possibi­lità a scienziati, studiosi, insegnanti, studenti e ad ogni mente dotata di curiosità di accedervi in modo total­mente libero e illimitato”,53 JSTOR tornerebbe ad esse­re quello che era all’origine: un progetto volto a svuo­tare gli scaffali delle biblioteche e ad economizzare su­gli spazi.54 Se il modello open access fosse commercial­mente sostenibile e diventasse un segmento controllato dal settore privato, come sembra essere convinto l’edi­tore Springer, il ruolo delle biblioteche nell’economia dell’accesso aperto sarebbe vanificato e andrebbe im­maginata una nuova forma di governance nel circuito non commerciale di distribuzione del sapere.

Sono queste naturalmente ipotesi estreme, anche se il riposizionamento degli attori (di tutti gli attori) opera­tivi nel campo delle piattaforme di carattere culturale e educativo sembra essere già in corso. Tali movimen­ti possono obbligare le biblioteche a rivedere profonda­mente la natura del loro operare nell’ambito della co­municazione editoriale scientifica, spostando il proprio contributo dalle attività di trattamento e di dissemina­zione delle risorse alla gestione delle relazioni, come ve­dremo appunto nel prossimo articolo.

Note

1 Paolo Traniello, La biblioteca pubblica. Storia di un istituto nell’Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1997; Uwe Jo-chum, Kleine Bibliotheksgeschichte, Stuttgart, Philipp Reclam, 1993.

2 Sulle radici economiche del diritto d’autore si v. l’interessante William M. Landes – Richard A. Posner, The economic structure of intellectual property law, Cambridge (MA) – London, The Belk­nap Press of Harvard University Press, 2003. In questo volume gli autori sostengono che la remunerazione dell’autore garan­tita da un meccanismo volto a limitare il numero di copie pro­dotte potrebbe anche non essere tutelata esclusivamente dal principio giuridico della proprietà intellettuale e identificano almeno nove fattori che sono di ostacolo alla riproduzione illi­mitata di un’opera originale. Nel mercato “naturale” delle ope­re vi sono, secondo Landes e Posner, ampi margini d’incentiva­zione della creatività ottenuti senza ricorrere ai meccanismi di tutela della proprietà intellettuale e su questi margini si costi­tuiscono le leve su cui si fonda lo sviluppo e la sostenibilità di quella che è stata definita “economia dell’abbondanza”.

3 Kenneth J. Arrow, The economics of information, in: Collected Papers of Kenneth J. Arrow, Vol. 4, Cambridge (MA), The Belk­nap Press of Harvard University Press, 1984; Marco Gambaro – Carlo Antonio Ricciardi, Economia dell’informazione e della comunicazione, Roma-Bari, Laterza, 1997.

4 Il primo libro di Honoré de Balzac, Les Chouans (1829) fu stam­pato in 1.000 copie e i soli costi di stampa incisero per circa un quarto del prezzo di copertina del volume (cfr. Donald Sassoon, The culture of the Europeans: from 1800 to the present, London, Har­per Collins, 2006, p. 42).

5 Guglielmo Cavallo, Introduzione, in: Le biblioteche nel mondo antico e medievale, a cura di Guglielmo Cavallo, Roma-Bari, La­terza, 1988, p. vii-xxxi. Armando Petrucci, Alle origini del libro moderno. Libri da banco, libri da mano, libri da bisaccia, in: Libri, scrittura e pubblico nel Rinascimento. Guida storica e critica, a cura di Armando Petrucci, Roma-Bari, Laterza, 1979, p. 137-156.

6 Franois Rouet, Introduction, in: Economie et culture. vol. 3: In­dustries culturelles. 4e conférence internazionale sur l’Economie de la Culture. Avignon, 12-14 mai 1986, a cura di Franois Rouet, Paris, La Documentation franaise, 1989, p. 11-32. Franoise Ben-hamou, L’economia della cultura, ed. it. a cura di Michele Trimarchi, Bologna, Il Mulino, 2004.

7 A dire il vero esiste anche una terza opzione, politicamente meno corretta: “interessante questo testo, lo pirato o cerco di farmelo pi­ratare, visto che non posso permettermi il lusso di comprarmelo”.

8 Chris Anderson, Free: The Future of a Radical Price, New York, Hyperion, 2009. In precedenza Anderson aveva pubbli­cato La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di merca­ti, Torino, Codice edizioni, 2010.

9 Foreign Policy. 100 top global thinkers of2009, Special 2009, p. 53.

10 Carl Shapiro – Hal R. Varian, Information rules. A strategic guide to the network economy, Boston (MA), Harvard Business Re- view, p. 28.

11 Rdiger Wischenbart – Content and Consulting, 2010 Ran- king of the Global Publishing Industry. Livre Hebdo, Ranking 2010, Frankfurt Special 2010, <http://www.publishersweekly.com/pw/ by-topic/industry-news/financial-reporting/article/44756-2010- ranking-of-the-global-publishing-industry.html>.

12 John B. Thompson, Books in the digital age. The transformation of academic and higher education publishing in Britain and the United States, Maiden (MA), Polity, 2005, p. 54 e ss.

13 L’integrazione verticale è una tipica innovazione di processo; v. Michael Porter, Competitive Strategy, New York, Free Press, 1980, p. 6.

14 Association of Research Libraries, ARL Statistics 2002-2003. A compilation of statistics from the one hundred and twenty-three members of the Association of Research Libraries, compiled and edited by Martha Kyrillidou and Mark Young, 2004, .

15 Carl T. Bergstrom – Theodor C. Bergstrom, The costs and benefits of library site licenses to academic journals, “Proceedings of the national Academy of Sciences”, 101(3), p. 897-902; <http:// www.pnas.org/content/101/3/897.full>.

16 Steven Levy, Secret of Googlenomics: Data-Fueled Recipe Brews Profitability, “Wired Magazine”, 22.5.2009, <http://www.wired. com/ culture/ culturereviews/ magazine/17-06/ nep_googlenomics? currentPage=all>.

17 Charles Hildreth, Library Automation in North America: A Reassessment of the Impact of New Technologies on Networking, Mu- nich, K.G. Saur, 1987.

18 Roger C. Schonfeld, JSTOR. A history, Princeton (NJ), Prin- ceton University Press, 2003.

19 Ibidem, p. 37-38 e 128.

20 Ibidem, p. 97-106.

21 Ibidem, p. 104.

22 Ryan Singel, Google Lets You Custom-Print Millions of Public Do- main Books, “Wired”, September 17, 2009. Prima di Google, la ristampa di classici era il modo naturale per molti editori di en- trare nel mercato di massa, lanciando collezioni di successo o collane di ricerca per raffinate riscoperte retrospettive.

23 Robert Darnton, 5Myths About the ‘Information Age’, “The Chronicle of Higher Education”, April 17, 2011, .

24 stato ad esempio utilizzato per valutare la ricerca in campo economico in ANVUR, il recente esercizio italiano di valutazio- ne della ricerca. Sergio Benedetto – Andrea Bonaccorsi, La peer review per funziona, “Il Sole 24 ore”, 3 giugno 2012, p. 35.

25 Ricordiamo alcune delle biblioteche firmatarie dell’accordo: Library of Congress nel 2005, biblioteca di Gand in Belgio, Ba- yerische Staatsbibliothek e Biblioteca cantonale di Lausanne nel 2007, Biblioteca municipale di Lione e altre 28 biblioteche, tra cui importanti istituzioni in Spagna e in Giappone, non- ché un centinaio di biblioteche dell’University of California nel 2008, un gran numero di biblioteche statunitensi, tra cui quelle delle università di Princeton, di Cornell, di Austin e di Virginia nel 2009. Il migliore libro su Google Books è forse Alain Jac- quesson, Google Livres et le futur des bibliothèques numériques, Pa- ris, Editions du Cercle de la Librairie, 2010.

26 Alain Jacquesson, Google Livre, cit., p. 153.

27 Particolari sulla struttura di controllo di OCLC sono in <http://www.oclc.org/us/en/councils/default.htm>.

28 <http://www.oclc.org/news/releases/200811.htm>.

29 <http://www.oclc.org/news/releases/200811.htm>.

30 <http://www.myilibrary.com/>.

31 OCLC and Ingram to offer new service option to access e-books - 12 Apr 2011, .

32 Amazon to Launch Library Lending for Kindle Books, Apr 20, 2011, <http://phx.corporate-ir.net/phoenix.zhtml?c=176060& p=irol-newsArticle&ID=1552678&highlight=>.

33 Si vedano le mie osservazioni nella prima parte dell’articolo in “Biblioteche oggi”, marzo 2012, p. 18.

34 In italiano molto utile è il volume di sintesi di Maria Cassel- la, Open access e comunicazione scientifica: verso un nuovo modello di dis- seminazione della conoscenza, Milano, Editrice Bibliografica, 2012. Sugli archivi istituzionali si v. Gli archivi istituzionali. Open access, va- lutazione della ricerca e diritto d’autore, a cura di Mauro Guerrini, Mi- lano, Editrice Bibliografica, 2010 e, in prima battuta, Antonella De Robbio, Archivi aperti e comunicazione scientifica, Napoli, Clio Press, 2007, <http://www.storia.unina.it/cliopress/derobbio.htm>.

35 Per Dubini e Giglia la reputazione è uno dei fattori pi im- portanti delle condizioni di sostenibilità di una rivista in open access; Paola Dubini – Elena Giglia, La sostenibilità economica dei modelli di Open Access, “AIDA Informazioni”, 26, n. 3-4, lu- glio-dicembre 2008; <http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q =&esrc=s&frm=1&source=web&cd=1&ved=0CFEQFjAA&url= http%3A%2F%2Fwww.aidainformazioni.it%2Fpub%2Fdubini- giglia342008.pdf&ei=YtriT8CgIsXzsgaSiJ3BBg&usg=AFQjC NFRtGAe_i9RawPKQlhlCej_59yMEw&sig2=FqB5JDEafQ_ Odcv-iviVwg>.

36 In data 28 novembre 2011 erano 7.311 le riviste peer-revie- wed (gold-model) repertoriate nella Directory of Open Access Journals (DOAJ) e 2.168 i depositi conformi al protocollo OAI, v. <http://oad.simmons.edu/oadwiki/OA_by_the_numbers>.

37 Mikael Laakso – Patrik Welling – Helena Bukvova – Li- nus Nyman – Bo-Christer Bjrk Turid Hedlund, The Deve- lopment of Open Access Journal Publishingfrom 1993 to 2009, “PLoS ONE”, 6(6): e20961, 2011. doi:10.1371/journal.pone.0020961

38 <http://roar.eprints.org/content.html>.

39 Elsevier, Elsevier’s comments on evolutions in scientific, technical and medical publishing and reflections on possible implications of Open Access journals for the UK (February 2004), <www.elsevier.com/.../ UKST1Elsevier_position_paper_on_stm_in_UK.pdf>.

40 I dati sono ricavati dal 2011 Annual report, disponibile sul sito: <http://reporting.reedelsevier.com/staticreports/Reed_AR_2011.pdf>.

41 The Cost of Knowledge, <http://thecostofknowledge.com/>.

42 .

43 <http://www.biomedcentral.com/libraries/springerfaq>.

44 Michael Porter, Competitive strategy, cit., p. 207.

45 Springer chiede appunto un contributo di 3.000$ per la pub- blicazione in open access di un articolo; <http://www.springer. com/authors/journal authors/helpdesk?SGWID=0-1723213 -12-799305-0>.

46 Sono questi fattori tipici di vantaggio competitivo per le impre- se; v. Michael E. Porter, Competitive advantage. Creating and sustai- ning superior performance, New York, Free Press, 2004, p. 231-272.

47 Paola Dubini – Elena Giglia, La sostenibilità economica cit., p. 54.

48 Sul potere contrattuale di JSTOR nei confronti degli editori nazionali, si veda l’intervista a Andrea Angiolini Il Mulino digita- le, “La Repubblica 2 Cultura”, p. 43.

49 Carl Shapiro – Hal Varian, Information rules, cit., p. 184 e ss.

50 Facebook goes public. Not top of the pops, “The Economist”, May 19th, 2012, <http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2012/05/ facebook-goes-public>.

51 Stefano Parise, Dieci buoni motivi per andare in biblioteca, Milano, Editrice Bibliografica, 2011, p. 106. Peraltro, secondo Ballestra, tale mediazione informativa consiste in un’”educazione alla documentazione” che nessun’altra istituzione riesce a fornire; cfr. Laura Ballestra, Information literacy in biblioteca, Milano, Editrice Bibliografica, 2011.

52 Jean-Nol Jeanneney, Quand Google défie l’Europe. Plaidoyer pour un sursaut, Paris, Mille et une nuits, 2010 e Robert Darnton, Go- ogle and the future of books, “The New York Review of Books”, 56, 2, February 12, 2009, <http://www.nybooks.com/articles/archives/ 2009/feb / 12/google-the-future-of-books/?pagination=false>.

53 <http://www.soros.org/openaccess/read>.

54 Tale era infatti la priorità di JSTOR, nelle prime discussioni tra William G. Bowen, Richard Eckman e Ira Fuchs avvenute agli inizi del 1994, v. Roger C. Schonfeld, JSTOR. A history, cit., p. 28 e p. 99.

Giuseppe VITIELLO,

Nato Defense College, Roma

 

Figura 1

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